RIFLESSIONI di una PROF ITALIANA AD HARVARD

Sono qui a Boston da 10 giorni e ho finito i miei seminari ad Harvard sull’uso degli iPad in classe e sull’uso della tecnologia nell’insegnamento dell’Inglese. Oggi piove e c’è vento, siamo a Rockport dai nostri amici ed è tempo di riflettere su quanto visto, sentito e imparato. Come ci è stato anticipato dal primo giorno e si è infatti verificato puntualmente, mi sento sopraffatta, confusa e con la testa che mi brulica di idee. “Too much imput” direbbe il robottino del film Short Circuit. Scrivo pe rmettere ordine ai miei pensieri e ricordarmi alcune priorità che mi devo prefiggere.

I seminari sono stati superiori alle mie più elevate aspettative. Come italiana proveniente da una scuola dove, spiace dirlo, ma la tecnologia non funziona proprio bene (eufemismo per dire che sucks!) resto sempre incantata dal livello tecnologico delle istituzioni scolastiche oltreoceano. Voglio provare a elencare con ordine quali sono le cose che mi hanno colpito:

  1. Learning environment. L’ambiente educativo è accogliente e i parchi con le seggioline colorate sono pieni di studenti di tutte le nazionalità e di tutte le età che studiano e leggono o ascoltano musica seduti al sole o all’ombra degli alberi secolari mi affascina. Si studia tanto e bene ma ci sono anche spazi per divertirsi come il campetto di beach volley dietro alla Harvard School of Law dove andavo a pranzare. Il parco del mio liceo è bellissimo ma ahimè sempre deserto e inutilizzato. I muri di tutte le facoltà (Harvard o MIT) o delle scuole superiori sono ricoperti di materiali prodotti dagli studenti, di premi attribuiti ai migliori, di eventi culturali passati, presenti e futuri … sono realtà che trasudano VITA non silenzio stantio.
  2. Professors. I docenti sono stati estremamente professionali, iniziavano sempre puntualmente la lezione ma erano in classe più di mezz’ora prima e ti accoglievano col sorriso pronti a rispondere a dubbi o domande. Iniziavamo alle 8.30 in punto e fino alle 15.30 non lasciavano mai l’aula nemmeno per il lunch break (che saltavano a parte bersi un caffè) disponibili a rispondere e interagire con i corsisti. Le istruzioni qui sono sempre superchiarissime, senza ambiguità o possibilità di fraintendere, cosa in cui noi Italiani invece siamo maestri 😉 Durante la lezione c’è il docente che la conduce e un collega che assiste e aiuta chi ha difficoltà o resta indietro. Noi potremmo utilizzare i tirocinanti e sarebbe utile per tutti! Ho incontrato più di 60 docenti in questa settimana, provenienti da vari stati, tipi di scuole (pubbliche e private, primary o high) ma una cosa ho notato: nessuno ha speso un minuto a lamentarsi o a focalizzare l’attenzione su qualcosa di negativo. “Every cloud has a silver lining”. (Non tutto il male viene per nuocere, c’è sempre un lato positivo) Tutti erano sempre disponibili a collaborare e condividere le loro competenze!  Non so perchè ma mi sentivo in paradiso rispetto alle lamentele quotidiane che nel mio liceo iniziano in sala insegnanti alle 8 del mattino. Ma ora vengo al punto.
  3. Career development. Sviluppo della carriera. Tutti i docenti (anche la collega di Istambul) erano pagati e inviati qui ad aggiornarsi dalle loro scuole (durante le loro vacanze!). I più giovani si vedranno riconosciuti i crediti, altri (anche della mia età) studiano per conseguire il Master in Education. Io ero l’unica che si è pagata il corso e su questo non aggiungo nulla in quanto è stata una mia “scelta” e mai sono stati soldi meglio spesi, il punto è che tale corso non mi sarà riconosciuto a nessun livello. Nada de nada. Ecco: tutti i docenti qui continuano ad aggiornarsi e ad aggiungere titoli al loro portfolio e CV, vengono “promossi” (sottolineo promossi e non nominati perchè nessuno vuol e farlo!) Head of Department/ Coordinatori di Materia, formatori di nuovi docenti, e “premiati” quando ottengono risultati culturalmente o socialmente rilevanti. Il merito e la professionalità vengono riconosciuti! Noi siamo tutti drammaticamente uguali  e livellati nella nostra mediocrità come nella nostra eccezionalità.
  4. Technology: In ogni scuola c’è un Director/Head of Academic Technology un responsabile della didattica con la tecnologia che non è solo un tecnico, nè solo un docente di materie scientifiche, ma un docente che ha approfondito negli anni l’uso delle tecnologie al servizio della didattica e si è specializzato in questo mettendo tutte le sue conoscenze quotidianamente al servizio della scuola (docenti, studenti e genitori). Ogni scuola ha una policy/ normativa molto precisa sull’uso di Internet, la tutela dei minori, l’uso di smart-phone, ha e-mail ufficiali per ogni docente nonché piattaforme di condivisione con studenti e genitori. Tutto non lasciato all’improvvisazione del singolo docente ma supportato dall’istituzione scolastica e sottoscritto. Se si sceglie di frequentare e lavorare per una istituzione se ne accettano le condizioni. Comunque tutte le scuole sono dotate di wifi: nessuno credeva che il mio liceo per ragioni che sono beyond my comprehension non possa dotarsene.  Tra docenti motivati e tecnologicamente nonchè didatticamente molto preparati ho avuta la vivida consapevolezza di venire da una realtà che ho percepito come arretrata e chiusa. La storia non ci insegna nulla: qui le LIM le hanno implementate nel 1998 e ora usano semplicemente dei proiettori poichè l’innovazione, che è comunque nel metodo, nella didattica e nella visione educativa e suoi contenuti non nella tecnologia, oggi è negli iPad o nelle classi BYOD (Bring your own device) dove ognuno lavora col suo dispositivo mobile . Noi investiremo milioni in lavagne interattive senza formare la classe docente ad usarle nel modo corretto. E nel resto del mondo è già preistoria superata in quanto troppo costosa e teacher-centered.

Conclusione: Certo qui sono in uno stato ricco, la maggior parte dei docenti veniva da scuole private dove si investe tantissimo in innovazione didattica ma le famiglie pagano circa 25.000$ all’anno, non è così in tutti gli stati degli USa come nel Mississipi, tuttavia … nonostante tutto, la mia Italia mi manca, come i miei studenti e vorrei davvero poter tornare e contribuire con le competenze acquisite a migliorare il mio insegnamento, i rapporti con l’istituzione e condividere con i colleghi interessati. Eppure so bene che non potrò mettere in pratica nemmeno la metà di quanto appreso perchè la tecnologia di cui dispone la scuola non lo consente (niente wifi, niente classe materia…). Come posso fare per superare la frustrazione ed essere positiva e propositiva? Perchè in Italia le menti migliori (non mi riferisco certo a me ma agli studenti) sono costretti ad emigrare per venire VALORIZZATE, INCENTIVATE e PREMIATE come fanno qui? Confesso che se trovassi una scuola che mi permettesse di lavorare in modo diverso … me ne andrei. Ma non è questo che voglio e so che non è giusto abbandonare la nave che affonda. Eppure … pensieri mi frullano …

CERTEZZA: sento e so che in un contesto culturale, educativo e professionale diverso dal mio avrei potuto fare cose più grandi, avrei avuto più stimoli, imparato di più, fatto magari cose più grandi; questo pensiero che qui è stato lucido e nitido nel confronto con gli altri docenti è doloroso. Eppure, nonostante tutto, amo la mia Italia così umana e così imperfetta e vorrei tanto che si realizzasse quella “mezza misura” dove risiede la soddisfazione e la felicità. E’ qui che voglio concentrare i miei sforzi futuri e le mie conoscenze. Non chiedo miracoli, nè effetti speciali, solo di poter fare il mio lavoro al meglio che posso. Too much?

Ecco l’evoluzione della tecnologia. E noi dove siamo?

history of technology

 

3 thoughts on “RIFLESSIONI di una PROF ITALIANA AD HARVARD

  1. Sarei curioso anche io di vedere altre scuole in giro per il mondo effettivamente

  2. “La fuga dei cervelli è una perdita secca per l’Italia, che si accolla il costo della loro formazione e poi si vede deprivare di fondamentali energie. Occorre trovare le condizioni perché restino qui. Non si tratta di mettere divieti. Un’esperienza all’estero è fisiologica. Quello che è patologico è restare fuori”. Le parole sono del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e sono tratte da una intervista rilasciata al Tg5.
    Questa affermazione mi impone subito alcuni interrogativi: perché voci come la Sua, cara Prof, non vengono ascoltate? Perché le offerte formative proposte dalle scuole ci lasciano sempre l’amaro in bocca e nessuno tutela i nostri ragazzi? Perché ogni anno scolastico inizia con buoni propositi e grande disponibilità da parte di chi dirige le strutture e poi ci si ritrova solo dinnanzi a porte chiuse?
    Ogni riforma scolastica, nel nostro paese, si limita a cambiare i nomi o le materie dei corsi, gli aspetti burocratici; rimane ancorata alle nozioni ed ai programmi ma non tocca il “cuore” della scuola, non valorizza la crescita e la conoscenza. E non posso credere che l’unica risposta a tutto ciò siano sempre e soltanto i soldi.
    Quante eccellenze potrebbe avere la scuola, ed io mi riferisco al personale docente, se solo i Suoi colleghi avessero il Suo entusiasmo e la Sua incessante voglia di crescere! Lei stimola l’amore per il sapere, la gioia di imparare.
    La Sua non è solo una battaglia a favore dell’innovazione tecnologica, è amore per l’insegnamento, è amore per i Suoi studenti, è apertura al mondo!
    E sta qui, la Sua grandezza.
    … non Le chiedo miracoli, né effetti speciali, solo la forza di continuare ad essere positiva e propositiva … i Suoi ragazzi, almeno loro, sapranno ascoltarLa e sapranno farsi contagiare dalla Sua unicità!

    Mamma Michela

    • Che dire? GRAZIE! Mi sento meno sola. Ancora non so che classi mi saranno assegnate, so che nemmeno quest’anno avrà la sognata Aula Materia e non potrò metter in pratica la classe web2.0 perché nelle aule non c’è il wi- fi : la linea Internet e’ troppo lenta e spetta alla Provincia installare la fibra ottica, cosa che il sindaco di Pn ha già fatto come promesso in tre circoli didattici. Eppure sapere che ho il supporto di genitori come lei è che rivedrò le mie care ragazze della 2F mi impedisce di deprimermi. Ce la metterò tutta, come sempre.
      Mi permetto di inviarle link a bell’articolo che sottoscrivo.
      http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/il%20primo%20giorno%20che%20vorrei_201109100652107970000.aspx
      Mi rende felice sapere che legge il mio Blog:) Sto preparando un post dedicato ai genitori.

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